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Archivio Agosto 2007

Incontriamo il Nobel Roald Hoffmann

di francesca (06/08/2007 - 15:36)

Il Sole 24 ore n. 213 - Domenica 5 Agosto 2007

La libertà della ricerca

A Torino una pièce teatrale scritta dal premio Nobel Roald Hoffmann fa riflettere su scienza ed etica, e va controcorrente

di Sylvie Coyaud

 

Al Lingotto si tiene da oggi a venerdì prossimo il quarantunesimo congresso dell'Unione internazion­ale di chimica pura e applica­ta sul tema delle frontiere di quella pura e del contributo di quella applicata a «salute, amb­iente e patrimonio culturale». Circa 5mila partecipanti, smistati in dieci sessioni parallele, seguiranno un totale di 230 presentazioni, per fare il punto sulle novità che, dal programma, annunciano un futur­o chimico-bio-nano-tech, bio­sintetico e biomimetico in tutt­i i settori, dalla farmacologia all'informatica, all'energia. Una mostra della Chemical Heritage Foundation di Phila­delphia ricorderà invece la strada percorsa nell'ultimo mezzo millennio, con una selezione della collezione Neville che è riuscita ad acquistare nel 2004: in tutto 6mila volumi sto­rici, tra cui testi di alchimia di cui esiste un unico esemplare.

Il congresso viene inaugura­to alle 16 da Roald Hoffmann, Nobel 1981 e ogni tanto nostro collaboratore, con un interven­to su scienza ed etica seguito dal­la rappresentazione della sua ul­tima pièce Should’ve (traduzione italiana Se si può, si deve?, Di Renzo Editore, Roma). Diversa­mente da Ossigeno, l'allegra commedia degli equivoci scrit­ta con Carl Djerassi, su chi di La­voisier, Priestley e Scheele aves­se davvero scoperto il gas, que­sta è una successione di ventiset­te scene brevi e tese, per tre atto­ri. L'autore riassume così la tra­ma: «Si apre con il suicidio di Friedrich Wertheim, un chimi­co d'origine tedesca, che si senti­va colpevole di aver consegnato ai terroristi un metodo semplice per creare una neurotossina. Le circostanze e i motivi del suo gesto travolgono la vita della figlia Katie, una biologa molecolare con idee molto diverse sulla re­sponsabilità sociale degli scien­ziati, del suo compagno Stefan, un artista concettuale, e di Julia, la seconda moglie, separata da tempo. Cercano di resistere alla potenza trasformatrice della morte e ne sono incapaci, dila­niati dai ricordi, dal passato che essa fa affiorare portando a nuo­vi legami tra i personaggi». Ka­tie vuole ricreare in laboratorio il virus dell’influenza spagnola che uccise milioni di persone al­la fine della Prima guerra mon­diale, Stefan prepara un'installazione provocatoria che prende di mira la religione cattolica. Entrambi difendono la propria scelta con argomenti razionali -  è un'occasione imperdibile, pro­mette fama e carriera - senza ac­cettare limiti né alla ricerca della conoscenza né alla libertà di espressione. È Julia, sentimentale, priva di ambizioni, a chiedere «se si può, si deve?» Alla fine, le risposte sono più di una e quella decisiva è lasciata all'interpreta­zione dello spettatore. Hoff­mann però non ha dubbi. «An­che se molti miei colleghi non saranno d'accordo, ritengo che certe ricerche non si devono fa­re», diceva in un'intervista su «Chemistry International» di maggio. Pensa che un codice eti­co della ricerca sia necessario perché «gli scienziati non nasco­no etici e la scienza non è etica­mente neutrale». D'altronde, nella pièce Stefan «crede alla fal­lacia romantica secondo cui gli artisti facciano soltanto il be­ne». Cita opere stupende al ser­vizio di ideologie mostruose e molecole bifronti, stupende anch’esse, che il contesto, l'inten­zione, o l’ignoranza trasforma­no da benefiche in nocive. La soluzione non sta nell'in­segnare una filosofia morale ta­gliata a misura di ricercatore, ag­giunge Hoffmann, ma nel coin­volgere scienziati e aspiranti ta­li in gruppi di discussione su ca­si reali, in una discussione «da proseguire per tutta la vita». Adesso che ha appena compiu­to settant' anni e va in pensione, la prosegue non più con il grup­po degli studenti che si ritrova­vano nel suo ufficio immenso e caotico all’università Cornell, ma a teatro. Ha assistito alle ripetizioni di Should’ve a Edmon­ton, in Canada, mentre il regista Stephen Heatley analizzava ogni frase di quel testo scarno, costruito come un gioco di sim­metrie, e chiedeva agli attori ­Robert Clinton, Maralyn Ryan e Michele Brown - di immagina­re quello che accadeva ai perso­naggi tra una scena e l'altra. Affa­scinato dalle storie che ne nasce­vano, aveva ascoltato in silen­zio, era «rimasto a imparare, scoprire ambiguità, profondità che non sospettavo», A Torino invece, ci sarà un simposio po­meridiano, «Beyond Should’ve: Ethical Issues in Science and Education», nel quale dibatterà con i colleghi «soprattutto se non la pensano come me. - dice - È riservato ai congressisti, ma lo spettacolo è aperto a tutti, so­prattutto a chi legge le vostre pa­gine di scienza e filosofia,imma­gino». I biglietti, gratuiti, si pos­sono ancora ritirare alla Vetrina per Torino di piazza San Carlo e all’Auditorium di Piazza Solferino.

Roald Hoffmann – Se si può, si deve? - Di Renzo Editore

 

 

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